Quando siamo senza consapevolezza permettiamo al nostro passato di sovradeterminare il nostro presente

Ellen Langer è l'autrice di Mindfulness: la mente consapevole

Consapevole è chi è informato correttamente e compiutamente dei fatti, il che significa vedere la realtà del presente e delle persone che abbiamo davanti evitando i pregiudizi e le semplificazioni basate sul “si dice” o sulle esperienze del passato. Fantastico. Ma nel dialogo bohmiano questo non basta.

Insieme alla consapevolezza, Bohm ci chiede di sviluppare ed esercitare anche la partecipazione, l’apertura mentale, la flessibilità, la creatività, il controllo di noi stessi e dei nostri processi mentali. Questo straordinario stato di coscienza è ciò che oggi viene abitualmente indicato con il termine inglese di mindfulness, parola priva di un corrispettivo esatto in italiano e con un vago richiamo ad antichi concetti buddisti e zen.

Ellen J. Langer, psicologa sociale e ricercatrice ad Harvard, è l’autrice che nel 1989 lo portò per la prima volta all’attenzione del grande pubblico occidentale con il best-seller omonimo Mindfulness: la mente consapevole, un “classico” rimasto a tutt’oggi insuperato, di cui la Corbaccio ha recentemente pubblicato una nuova edizione in italiano.

Negli ultimi vent’anni è stato detto e scritto molto sulla mindfulness, ne sono nati indirizzi di counselling, pratiche di meditazione, modelli psicoterapeutici per l’applicazione clinica. Qui ce ne occupiamo solo in termini strumentali al dialogo di Bohm. E in questa specifica ottica il testo della Langer è sicuramente tra i materiali più adatti da cui partire.

Attraverso il suo saggio, breve quanto prezioso, l’autrice contribuisce indirettamente a fare bella chiarezza su alcune idee chiave del dialogo bohmiano, come la pratica del pensiero differenziale e l’incertezza creativa. Vi si trova una tale varietà di casi e di esempi concreti, che alla fine anche concetti apparentemente astrusi come questi finiscono per essere riportati alla familiarità della nostra quotidiana esperienza di vita e diventare perciò facilmente assimilabili.

Da Mindfulness possiamo anche ricavare strumenti concettuali particolarmente utili a comprendere più in profondità i processi responsabili del pensiero veloce, che sappiamo costituire uno dei principali ostacoli sulla strada del dialogo creativo. Ad esempio, la descrizione di come la mente sviluppi in continuazione i cosiddetti impegni cognitivi prematuri ci fa capire la natura di quegli assunti fondamentali che tanta parte hanno nel funzionamento di tale pensiero automatico.

Inconsapevolezza del pensiero automatico

Quando accettiamo un’impressione o un’informazione senza avere avuto motivo di riflettervi criticamente, per esempio perché ci sembra che non ci riguardi, tale impressione si insinua in modo discreto nella nostra mente, dove rimane inattiva finché non viene richiamata da un segnale simile proveniente dal mondo esterno. Questa seconda volta potrebbe riguardarci, ma non per questo la maggior parte di noi riconsidererà ciò che in precedenza ha accettato senza tanta riflessione.

Questi atteggiamenti mentali (impegni cognitivi), specialmente quando si formano nell’infanzia, sono prematuri in quanto noi non possiamo sapere in anticipo i possibili usi futuri a cui un’informazione potrà servire. Il rischio più evidente è perciò l‘obsolescenza, ovvero restare intrappolati in schemi non adattivi, sicuramente coerenti con le esperienze di quel passato da cui essi hanno preso forma, ma incoerenti con le mutate condizioni del presente e con l’esigenza, davanti agli ostacoli, di saper sempre trovare anche risposte alternative.

L’individuo inconsapevole è impegnato in un uso predeterminato dell’informazione e non esplora altri possibili usi o applicazioni.

E’ facile immaginare come simili impegni cognitivi possano rapidamente prendere la forma di assunti che, in quanto inconsciamente codificati nella nostra memoria episodica più profonda, percepiamo come “reali”. E poiché li sentiamo reali arriviamo facilmente a giudicarli veri e a difenderli anche al di là di ogni possibile ragione o evidenza contraria. Sono gli assunti fondamentali di cui ci parla Bohm, fondamentali nel senso che su di essi si fondano le nostre strutture cognitive e i nostri schemi di comportamento appresi.

Gli esperimenti descritti da Langer lo confermano: le informazioni acquisite per questa via determinano effettivamente il modo in cui le useremo in seguito. Da qui le nostre risposte reattive, i preconcetti, i pregiudizi e tutti gli altri riflessi automatici che il pensiero veloce mette in campo in funzione del complesso delle circostanze o dei fatti che percepiamo intorno a noi, ovvero a seconda del contesto. Bisbigliamo nelle chiese, diventiamo ansiosi in questura, eccitati alla partita, tristi ai funerali, contriti se un collega ci dice di avere divorziato, allegri alle feste, pensiamo che la vecchiaia sia brutta, che certi principi siano universali, che le nostre scelte siano libere, che certi comportamenti siano sacrosanti e che altri siano stupidi, giudichiamo vere le notizie che confermano le nostre convinzioni e false quelle contrarie, e così via.

Ciò che Langer ci aiuta a capire è che il contesto potrebbe non essere qualcosa che esiste fuori di noi o che può esistere senza di noi, ma un impegno cognitivo prematuro, un nostro atteggiamento mentale pronto a scattare in presenza degli stessi segni presenti al momento dell'”imprinting”.

C’è uno studio molto divertente di cui riferisce Langer, che fa capire molto bene la questione. A un gruppo di psicoterapeuti fu mostrata la videoregistrazione di un’intervista a una persona, dicendo che si trattava di un colloquio di lavoro. A un altro gruppo di psicologi fu mostrata la stessa videoregistrazione, ma dicendo loro che si trattava di un colloquio terapeutico con un paziente. A entrambi i gruppi fu quindi chiesto di giudicare il grado di adattamento sociale della persona intervistata. Ebbene, il primo gruppo la giudicò un individuo ben adattato, mentre il secondo gruppo la giudicò una persona con “gravi problemi psicologici”. La stessa situazione etichettata in un modo diverso aveva stimolato percezioni diverse, anche da parte di professionisti abituati a formulare giudizi razionali e accurati.

Il contesto controlla il nostro comportamento e il modo in cui noi interpretiamo ciò che percepiamo.

Altre ricerche mostrano che perfino le percezioni sensoriali possono essere influenzate dal contesto: lo stesso stimolo chiamato con un nome diverso è uno stimolo diverso. Ciò avviene perché il contesto determina i valori che incarniamo e questi creano a loro volta le condizioni perché una percezione sensoriale ottenga o non ottenga attenzione cosciente e venga associata a uno schema di senso piuttosto che ad un altro.

Nel dialogo, il modo in cui il contesto può esercitare negativamente il suo potere è quando si verifica quella che Langer definisce “confusione del contesto”, cioè quando i partecipanti fanno l’errore di confondere il proprio contesto con quello della persona che stanno ascoltando. In generale, confondiamo i contesti ogni volta che interpretiamo il pensiero o il comportamento degli altri in base al nostro contesto invece che in base al loro. E questo ci impedisce ovviamente di comprendere la loro intenzione comunicativa.

Pigrizia mentale, pregiudizi, impegni cognitivi prematuri, confusione del contesto, pensiero automatico, comportamenti reattivi, sono tutte espressioni di inconsapevolezza, rigidità e chiusura mentale, che sono i principali nemici di ogni possibile dialettica creativa e partecipativa, oltre a comportare una serie di altri possibili costi in termini di impotenza appresa, potenziale inibito, perdita di controllo, auto-immagine ristretta. Da tutto questo ci possiamo affrancare solo sviluppando grande attenzione alle differenze individuali e alle differenze contestuali.

Le differenze che indirizzano il dialogo a fare comunità

L’altro ambito straordinariamente interessante per noi, di cui Langer tratta nel suo libro, è appunto quello del pensiero differenziale, che cioè analizza nel dettaglio tutto ciò che nella realtà differenzia le singole cose, gli eventi e le persone di cui si occupa, rispetto a fatti analoghi e categorie generiche. Il pensiero differenziale non è automatico e distinguendo, piacciano o non piacciano, le reali caratteristiche individuali di ogni oggetto e dei diversi contesti, è una tipica espressione della mindfulness.

Bohm ne accenna appena nel suo libro Sul Dialogo, ma lo approfondisce in un articolo, purtroppo di non facile lettura, dal titolo On Creativity, che pubblica nel 1968 sulla rivista scientifica del MIT “Leonardo”. Nell’articolo Bohm definisce la sensibilità alle “differenze somiglianti” e alle “somiglianze differenti” come l’abilità più importante in assoluto per la ricerca scientifica, l’arte e qualsiasi attività umana che richieda originalità e creatività, ivi incluso pertanto il dialogo generativo. Langer riprende la stessa idea in termini più generali ma utilizzando anche, per nostra fortuna, un linguaggio più comprensibile e un’abbondanza di esempi che chiariscono ampiamente la questione anche sotto il profilo pratico.

L’idea centrale è di tornare a osservare ogni cosa con lo stesso candore ingenuo dei bambini, senza forzare per pigrizia il dato di realtà dentro vecchie categorie basate sulle esperienze del passato, ma creando di continuo nuove categorie, valutando punti di vista alternativi al nostro, riformulando i contesti, pensando, insomma, pensieri sempre nuovi e puntuali. Prestandovi attenzione, non mancheranno allora di emergere le infinite differenze che sempre esistono tra il fatto reale che si ha dinnanzi e qualsiasi idea preconcetta.

Riportando il discorso al dialogo bohmiano, le differenze a cui è più importante fare caso sono due. La prima riguarda la distinzione tra il “paesaggio mentale” di chi parla e quello di chi ascolta, onde evitare quella confusione dei contesti di cui si è scritto sopra.  La seconda è più sottile e riguarda la distanza tra ciò che uno intende dire e ciò che gli altri invece capiscono dalle sue parole. Qui l’idea è che queste differenze apparentemente marginali tra significati trasmessi e significati recepiti, lungi dall’essere approssimazioni trascurabili, possano nascondere uno “scollamento di senso” molto più profondo di quanto preferiamo pensare, tanto profondo da poter arrivare a compromettere non solo la comunicazione tra le persone, ma addirittura la loro capacità di vivere e operare in armonia le une con le altre.

Non ci stiamo ovviamente riferendo alla semplice diversità di opinione o di valori, quando le posizioni in gioco appaiono chiaramente discordanti o contrarie tra loro. Molto più a monte, stiamo indicando quelle differenze, spesso vaghe e sfuggenti ma assolutamente frequenti, tra il significato che chi parla affida alle sue parole e quello che invece arriva a chi ascolta (o a chi legge), ovvero il significato che chi ascolta crede che abbia voluto trasmettere chi ha parlato. Il più delle volte, il significato trasmesso e quello recepito sono simili ma non identici.

Queste differenze semantiche, a volte sottili e a volte no, alle quali comunque si è normalmente abituati a non prestare attenzione, sono invece il punto di partenza migliore per il processo dialettico che il dialogo bohmiano cerca di realizzare. Esplorando insieme le loro cause e il loro modo di condizionare diversamente i pensieri e i comportamenti degli individui, può sempre emergere qualcosa di nuovo e di rilevante, sia per le proprie concezioni sia per quelle dell’altra persona. E in questo modo il dialogo generativo può andare avanti trascendendo le posizioni di partenza, con la continua emergenza di un nuovo contenuto che è comune a entrambi i partecipanti.

Non il significato di partenza e neppure quello di arrivo, ma questo nuovo contenuto emergente è ciò che conta davvero nel dialogo bohmiano.

Essendo il prodotto dell’azione comune e coordinata dei dialoganti diventa infatti un loro significato condiviso, ovvero uno di quegli elementi strutturali su cui può arrivare a reggersi una cultura comune e che pertanto fanno comunità. E’ precisamente questo, in definitiva, che cerca di fare il dialogo bohmiano: non tanto scambiarsi informazioni, conoscersi o sostenersi l’un l’altro, né trovare la risposta giusta a questo o quel problema, quanto co-creare una base di significati condivisi che fondi un preciso e sostenibile ordine di senso per un progetto comune di organizzazione partecipativa e di società civile.

Sostengo che c'è la possibilità di una trasformazione - David Bohm, Sul Dialogo

Ma il dialogo può condurre alla creazione di qualcosa di nuovo solo a due condizioni: che le persone dialoghino senza tentare di influenzarsi a vicenda e che siano in grado di ascoltarsi liberamente, sciolti dalle pressioni del pensiero veloce e senza pregiudizi.

E allora come si combatte il pregiudizio?

Qui torniamo ancora una volta a Ellen Langer e alla mindfulness. La maggior parte dei tentativi di combattere il pregiudizio – scrive l’autrice – hanno mirato a ridurre la nostra tendenza a suddividere in categorie altre persone. Questi sforzi sembrerebbero fondarsi sull’opinione che, in un mondo ideale, tutti dovrebbero essere considerati eguali, ricadendo sotto la singola grande categoria di “essere umano”. Vero. Quante volte abbiamo visto questa prospettiva fare capolino anche nei nostri cerchi di dialogo!

Peccato che le scienze della mente (e l’esperienza pratica di ognuno) mostrino come la categorizzazione sia un’attività naturale di cui non possiamo fare a meno. Essa è il modo spontaneo in cui tutti noi perveniamo a conoscere il mondo e ad orientarci in esso. Per questo motivo, ogni tentativo di astenersi dal pregiudizio eliminando la percezione di differenze sembra essere una strategia incoerente e fallimentare.

Effettivamente, se il problema con i pregiudizi è che, una volta assegnata a qualcuno l’etichetta di appartenere a una certa categoria, proiettiamo su di lui le presunte caratteristiche di quella categoria perdendo completamente di vista le reali caratteristiche distintive del singolo individuo, e se la percezione del reale deve invece essere discernimento, allora forse si tratta di imparare a scorgere una quantità di differenze maggiore anziché minore!

Questo significa applicare etichette puntuali anziché globali, utilizzare categorie cognitive minute e dettagliate invece che ampie e generali, e discernere sempre il contesto appropriato di riferimento. Che senso ha, ad esempio, considerare le persone disabili come un’unica categoria? Un paraplegico, ad esempio, è forse disabile (o “diversamente abile”) nei lavori che non richiedono l’uso delle gambe? Così, una persona ipoudente può essere inadatta in determinate situazioni, ma per tutti quei lavori in cui il livello di rumore è insopportabile potrebbe addirittura essere un candidato più idoneo di altri.

In generale possiamo evitare la trappola degli stereotipi se ci abituiamo a considerare le “etichette” con cui il pensiero veloce ci suggerisce di classificare le persone o le situazioni non in termini assoluti ma in relazione ad attività, circostanze, modalità, istanti e contesti specifici e ben definiti. Allora l’etichetta assume il valore di un semplice aspetto parziale dell’oggetto considerato e non ci appare più come una rigida categoria identificativa.

“Ma io non ho pregiudizi” – quante volte lo sentiamo dire! Nessuno sembra rendersi conto che proprio quello è un pregiudizio, e anzi il più nocivo, perché sottrae preventivamente il soggetto all’onere dell’autocritica e della verifica fattuale (la strategia tipica del pensiero veloce) precludendo così in partenza ogni possibilità di emendazione. D’altra parte pregiudizio e pensiero automatico sono le espressioni canoniche delle personalità egoiche più rigide e autoreferenziali, che con la mindfulness hanno davvero poco a che fare.

Pregiudizio è anche quando di un problema non riusciamo a vedere che una sola causa: la guerra è colpa del nemico, la delinquenza è colpa di chi delinque, la crisi è colpa delle banche, e così via. Tutto semplice, tutto lineare.

Ma il pensiero lineare, oltre ad essere inadeguato a cogliere la reale natura sistemica e complessa delle cose, ci lascia anche privi di risorse, ciechi ad ogni alternativa, vittime impotenti in balia di tutto ciò che non vogliamo vedere. L’inconsapevolezza alcune volte ci permette di tenere lontani i pensieri sgradevoli, ma nello stesso tempo limita il nostro controllo impedendoci di fare scelte intelligenti. In una ricerca sul divorzio, Langer e Newman hanno scoperto ad esempio che le persone che danno la colpa all’ex-coniuge per la fine del loro matrimonio soffrono di più e sono più bloccate di quelle che hanno una visione sistemica delle concause, o che comunque vedono molte spiegazioni possibili alla loro situazione.

Conclusione

La mindfulness, così come viene proposta e argomentata da Ellen Langer nel suo libro, fornisce alcuni importanti strumenti concettuali ed operativi utili nella pratica del dialogo bohmiano. Il testo ha particolare rilievo per la comprensione psicologica del pensiero automatico, del pensiero differenziale e della natura degli assunti fondamentali. Del tutto coerente con la visione di Bohm è anche la posizione che l’autrice esprime in favore del superamento dei dualismi mente-corpo e pensiero-sentimento.

Letture consigliate

mindfulness, la mente consapevoleLanger Ellen J. (2015), Mindfulness: La mente consapevole, Milano, Garzanti-Corbaccio, (ed. or. Mindfulness, 1989).

esercizi di mindfulnessKotsou Ilios (2014), Quaderno d’esercizi di mindfulness, Milano, Vallardi.

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