Chiarire gli assunti per comunicare meglio

comunicare

Prima di arrivare a dire cosa sia un “assunto fondamentale” è il caso di iniziare a intenderci sul significato del sostantivo “assunto”. 

Un assunto è qualunque cosa sosteniamo in una discussione o in un dialogo, ovvero la posizione che assumiamo, appunto, in merito a una questione.

Di solito si tratta di un’asserzione che riteniamo dimostrata o dimostrabile, a parole o con i fatti. Ad esempio: “L’inventore del telefono fu Antonio Meucci”, “Due più due fa quattro”, “Alla roulette non si vince mai”, “Dietro ogni problema c’è un’opportunità”, “Occorre abbandonare l’euro”, “Tutto quello che ci serve è amore”, “Alcune guerre sono giuste e necessarie”, “Non consentirò che ti facciano del male”, “Domani pioverà” e così via.

Gli assunti possono avere diverse origini, come l’educazione ricevuta, la fede religiosa, l’opinione pubblica, la superstizione, l’istruzione, la riflessione personale, l’esperienza, o anche solo la percezione. Quasi sempre sono il risultato della combinazione di tutti questi fattori messi insieme e di altri ancora.

Se esistano o non esistano assunti assolutamente oggettivabili è questione che potremmo dibattere all’infinito, ma non è questo che ci interessa. Per il momento, qui a noi interessa soltanto arrivare a intenderci quando diciamo “questo è un assunto”, o quando chiediamo “qual è il tuo assunto?”.

Ora sappiamo che il termine “assunto” si riferisce a qualunque proposizione assertiva che descriva compiutamente la nostra posizione su una data questione. E che la domanda “qual è il tuo assunto?” equivale sostanzialmente a chiedere “cosa stai sostenendo, esattamente?”. E’ una semplice istanza di chiarezza, con la quale si invita la persona a cui è rivolta a enunciare meglio la sua tesi, riducendola a una proposizione sintetica e precisa. In una “discussione” questo non è sempre conveniente, ma in un dialogo da cui siano bandite le armi della retorica è molto utile a favorire la comunicazione.

Facciamo un esempio. In un dialogo qualcuno potrebbe uscirsene con un discorso di questo tipo:

“Certo che è incredibile! Ci sono dei personaggi che vanno in tivù e parlano, parlano… e di tutto, eh! E devi sentire che sicumera! Magari non sanno neanche l’italiano, o è gente da avanspettacolo, da cronaca rosa, ma dato che attirano il pubblico li invitano nei talk show e li intervistano su questo e su quello. E mai una volta che si tirino indietro, che dicano ‘Beh, su questo non sono in grado di esprimermi, non ne so abbastanza’, macché, a sentir loro sanno tutto di tutto. Ma ti pare possibile?”

Ecco, in un discorso come questo la comunicazione sarebbe imperfetta, aperta all’equivoco, perché non si capisce quale sia il vero assunto di chi parla, cioè quello che davvero vuole dire. Così un ascoltatore potrebbe pensare che l’assunto sia: “Certi opinionisti non sono credibili”; mentre per un altro il succo del discorso potrebbe essere invece: “In tivù conta solo lo share”; e altri potrebbero cogliere significati ancora diversi, come: “Le interviste andrebbero fatte solo a gente competente in materia”, oppure: “Pur di apparire la gente fa finta di sapere anche quello che non sa”, o “La tivù è diseducativa”, o “Il giornalismo non è più quello di una volta”, o “Oggi vanno di moda i tuttologi”, o un altro ancora. Come si vede, insomma, l’intenzione comunicativa non è chiara. Per cui la domanda arriverebbe pertinente: “…tutto questo per dire?”; ovvero: “Qual è l’assunto?”.

Alcuni assunti sono più radicati di altri

Ci sono assunti e assunti. Ci sono assunti “precari”, provvisori, superficiali, che siamo tranquillamente disposti a mettere in questione e perfino ad abbandonare se, in un confronto, si dimostrano meno fondati e convincenti di altri. Ad esempio, chiunque sostenesse che “il governo mente quando dice di avere ridotto le tasse” sarebbe ben lieto di ricredersi se, al momento della dichiarazione dei redditi, scoprisse di dover effettivamente versare un’imposta inferiore rispetto a quella dell’anno precedente.

Poi però ci sono anche assunti con una più forte valenza affettiva (ad es.: “Chi vive nel ricordo di chi resta non muore mai”, oppure “La vita è bella”, o “Ridere fa bene alla salute”), che ci dispiacerebbe davvero essere costretti a mettere da parte. Così come ci sono assunti con una forte valenza morale (ad es.: “La libertà di espressione non si tocca”, oppure “Gli uomini sono tutti eguali; non la nascita, ma la virtù fa la differenza”), che ci farebbero sentire mascalzoni o barbari se dovessimo rinnegarli. O anche assunti empirici (ad es.: “Nella vita quello che conta non è essere forti ma sentirsi forti” oppure, polemicamente, “La giustizia non è uguale per tutti”), a volte talmente radicati nell’esperienza personale che ci sembrerebbe semplicemente assurdo che qualcuno volesse provare a convincerci del contrario. Tutti questi sono assunti a cui non siamo altrettanto disponibili ad abdicare e che perciò difendiamo quando vengono attaccati. Essi si ricollegano a convinzioni profondamente intessute nella trama della nostra personalità, cioè nell’organizzazione psicologica del nostro mondo interno.

Bohm chiama questa importante seconda categoria di assunti basic assumptions, che nell’edizione italiana di On Dialogue Paolo Biondi traduce con il termine “assunti fondamentali”. Li potremmo però chiamare anche “assunti di base”, oppure “assunti fondanti”, a sottolineare meglio come su di essi si fondi in definitiva l’intera personalità individuale. Proprio in virtù della loro potente carica estetica, emotiva e intuitiva, infatti, non solo non possiamo fare a meno di difenderli quando attaccati, ma addirittura ci guidano nei comportamenti e nelle nostre più importanti scelte di vita.

Dovrebbe essere superfluo precisare che gli assunti di base sono diversi da individuo a individuo, ognuno ha i suoi e lo definiscono come persona del tutto unica, cioè come “individuo umano (che) intende e vuole, esperimenta e crea, desidera e ama, gioisce e soffre, e attraverso l’autocoscienza e la realizzazione di sé costituisce una manifestazione singolare di quanto può considerarsi essenza dell’uomo” (Treccani).

Un assunto fondamentale (o di base) è un assunto non negoziabile che contribuisce a definirci come persona.

Questo chiarisce perché tendiamo a identificarci con i nostri assunti fondamentali fino al punto di sentirci attaccati personalmente, e quindi reagire anche con violenza, quando qualcuno li attacca. Ma al contempo spiega anche perché il dialogo debba spingersi a esplorare proprio tali assunti, se le persone vogliono arrivare a conoscersi davvero e, attraverso l’incontro con l’altro, giungere alla trasformazione delle coscienze e alla creazione di qualcosa di nuovo.

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