Le quattro “corde” del dialogo bohmiano

Le corde del dialogo bohmiano

Il dialogo bohmiano favorisce importanti trasformazioni cognitive e comportamentali su quattro diversi piani della vita individuale e collettiva: quello sociale, quello culturale, quello esistenziale e quello politico.

L’emancipazione dagli automatismi del pensiero ingenuo, lo sviluppo di una visione transpersonale dell’esistenza, la conquista della facoltà di sospensione del giudizio e della capacità di aprirsi creativamente a nuovi ordini di senso, sono le “corde” del nostro strumento. Fatte vibrare in accordo tra loro, danno il potere di costruire comunità e di ridefinire il senso stesso della partecipazione di ognuno a quello che Husserl chiamava “il mondo della vita”.

Ripensarsi insieme

dimensione sociale del dialogo bohmiano

Che entrare in un gruppo di dialogo sia già di per sé un atto sociale è scontato. Ma il dialogo di Bohm va oltre le finalità ordinarie di qualunque forma tradizionale di dialogo.

Ogni prospettiva, anche la più distante e irritante, viene ascoltata tenendo conto delle circostanze biografiche da cui essa nasce, a cominciare dalla cultura di appartenenza e dalle condizioni materiali di vita del suo portatore: un’accortezza che può apparire ovvia se considerata astrattamente, ma che non siamo abituati ad adottare nella realtà delle nostre ordinarie situazioni di vita.

Da una parte l’impiego di forme non violente di comunicazione, e dall’altra l’ascolto attivo dei correlati emotivi e dei bisogni profondi sottesi alle convinzioni tacite di ognuno, aprono il campo alla possibilità reciproca di una comprensione empatica e solidale .

In questo modo si va gradualmente a comporre una base sempre più ampia di significati condivisi che, lungi da qualsiasi tentazione riduzionistica del pluralismo, rappresenta al contrario quella comune coscienza dei reali contenuti espressivi dei comportamenti e delle visioni del mondo più diverse a cui mira la vera comunicazione, e costituisce il presupposto necessario per qualsiasi ulteriore possibilità di una nuova cultura di convivenza sostenibile e sviluppo sociale. In altre parole, imparando a capirci impariamo anche a stare insieme.

Lo sforzo collettivo e tipicamente bohmiano di “tenere insieme” visioni tra loro contrastanti e irriducibili senza aspirare a nessun tipo di mediazione, alla lunga produce all’interno del cerchio di dialogo un significativo salto di coscienza (insight) che dischiude alla vista dei praticanti scenari inclusivi diversamente non accessibili.

Questa esperienza di co-creazione è tra le esperienze più intense e affascinanti che il dialogo bohmiano può offrire ed è la cifra di un’intelligenza collettiva potenzialmente rivoluzionaria, totalmente sconosciuta alle pratiche ordinarie della società contemporanea. Cambia il modo stesso di concepire la relazione sociale, e di starci dentro.

La prassi critica

dimensione culturale del dialogo bohmianoIl primo passo è assumere un atteggiamento contro-culturale inusuale e coraggioso, che consiste nel domandarsi come siamo arrivati a pensare ciò che pensiamo, a provare le emozioni che proviamo, a desiderare ciò che desideriamo e a comportarci come ci comportiamo.

Scoprire che tutto avviene in virtù di meccanismi biologici e mentali perlopiù irriflessi può non essere piacevole, soprattutto per chi è nato e cresciuto nel mito dell’autodeterminazione, della libertà di pensiero e di questa o quella verità universale, ma di fronte ai disastri sempre più grandi prodotti dal pensiero ingenuo della società contemporanea potrebbe essere arrivato il momento di risvegliarsi dal sonno.

Nel dialogo bohmiano non si chiede ai partecipanti di rinunciare alle proprie certezze. Gli si chiede però di osservare il modo di procedere dei propri pensieri, di indagarne gli automatismi sottostanti, di riconoscere i veri bisogni a cui i propri assunti fondamentali rispondono e i sottili condizionamenti emotivi e culturali che derivano dalla propria storia di vita, dal fatto di essere nati ad una latitudine piuttosto che ad un’altra, in un’epoca piuttosto che in un’altra, in una certa famiglia piuttosto che in un’altra, e via dicendo.

Ai praticanti si chiede di interrogarsi reciprocamente sul valore assoluto delle diverse certezze che ciascuno matura per queste vie, su come si manifestino nei comportamenti, perché, fondate in che modo, alla luce di quale evidenza, di quale necessità e, soprattutto, di quale consistenza. Com’è, in definitiva, che siamo tutti così fieri di militare più o meno ferocemente per una qualche visione della realtà, ciascuno per la sua, se l’abbiamo acquisita per il solo fatto di essere stati esposti nel corso della vita a determinate esperienze e pressioni invece che ad altre?

Questo atteggiamento autenticamente critico nei confronti di qualsiasi convenzione sociale e culturale, di qualsiasi assunto fondamentale, di qualsiasi rappresentazione ultima della realtà, di qualsiasi valore e perfino di qualsiasi idea di valore (ognuno si forma la sua personale idea di che cos’è il bene, la giustizia, la libertà e tutto il resto) apre la strada alla sospensione del giudizio e all’ascolto biografico-solidale. E’ forse solo un “piccolo inizio”, ma decisivo e fecondo.

Una nuova percezione di sé

dimensione esistenziale del dialogo di BohmPer praticare il dialogo bohmiano non è necessario credere in un sé transpersonale. Anzi, non è necessario credere alcunché. Il dialogo è una prassi empirica, un’esplorazione nel campo delle possibilità, non una dottrina dogmatica.

Bohm ripeteva spesso di non voler cambiare nulla, e men che meno le persone o i loro convincimenti. Diversamente dalle discussioni e dai dibattiti, il dialogo bohmiano non è un processo a cui si possa chiedere di far emergere il punto di vista “migliore”, quello più convincente, verosimile, o sostenuto da più evidenze.

Ciò che si tenta di fare emergere nella coscienza collettiva è piuttosto una prospettiva nuova, l’insight di un nuovo e imprevedibile ordine delle cose, che in qualche modo include e supera creativamente i diversi punti di vista individuali di partenza. Quando questo accade, i praticanti si rendono conto di avere partecipato ad un processo collettivo senza il quale nessuno di loro, individualmente, sarebbe mai potuto arrivare a “vedere” quel nuovo ordine di senso.

Volta dopo volta, matura così da sé il presentimento, prima ancora che l’accettazione razionale, della possibilità di una dimensione transpersonale effettivamente accessibile attraverso i processi partecipativi di co-creazione, ovvero un’intelligenza collettiva trascendentale sorprendentemente superiore a qualsiasi intelligenza individuale, nella piena e continua disponibilità di coloro che decidono di farne uso.

Più questa sensazione si afferma nella coscienza delle persone, più l’altro comincia ad essere percepito non tanto come un “simile” con cui fare i conti ma, al di là di qualsiasi concettualizzazione teorica, come viatico per la propria stessa ricerca di senso e di espressione di sé e quindi, in qualche modo, come parte di sé. Certo, in questo senso qualcosa alla lunga cambia: in termini di consapevolezza, il cartesiano Cogito ergo sum si trasforma a poco a poco, ma del tutto spontaneamente, in un Cogito ergo sumus.

Il senso della partecipazione

dimensione politica del dialogo di BohmLa scoperta del potere creativo di processi partecipativi come il dialogo bohmiano finisce spesso per riverberarsi anche sul piano della coscienza politica.

Quando in un gruppo di dialogo le persone iniziano a rendersi conto che la costruzione comunitaria di senso e le esperienze di legame, di reciprocità, di contaminazione e ispirazione reciproca sono possibili al di là di simpatie e antipatie, accordi e divergenze, cominciano anche a immaginare la possibilità di una politica diversa da quella che conosciamo oggi.

Maturano la sensazione che sia davvero possibile interpretarla nel senso alto originariamente pensato da Aristotele, di amministrazione partecipativa della polis esercitata per il benessere dell’intera comunità. Perché non può essere così? Perché la politica non può essere dialogo? E’ il modo in cui si suppone debba funzionare la democrazia, ma di fatto non accade.

Oggi la democrazia reale è dibattito da avanspettacolo, lotta di potere, contrapposizione confutativa di fondamentalismi intellettuali e di identità partigiane sulle cui barricate si infrange ogni possibilità di comunicazione autentica, prima ancora che di dialogo, non solo tra partito e partito, ma anche tra uomo e uomo, tra istituzioni e paese reale, tra uomo e territorio, tra rappresentazione e realtà, tra conscio ed inconscio.

La classe politica di quasi tutto il mondo milita in una retorica conflittuale priva di qualsiasi senso che non sia autoreferenziale, precludendosi così ogni possibilità di immaginare un futuro di pace realmente sostenibile nelle nazioni e tra le nazioni.

Quanto al riduzionismo semantico con cui gli onesti come i corrotti finiscono per confondere il dialogo con la negoziazione non c’è differenza nel modo di costituirsi inevitabilmente all’interno di un sistema di pensiero fallato all’origine, che sostanzialmente non sa quel che fa.

Lo scopo fondamentale del lavoro di David Bohm sul dialogo era proprio quello di indicarci la falla all’origine del sistema corrente di pensiero, e come metterci una pezza. Ma pensando alle parole dello psicologo e studioso delle dinamiche sociali Patrick de Maré: “Il dialogo è sovversivo!”, viene anche da domandarsi se l’ostinato rifiuto di un autentico dialogo politico non sia anche il segno di un tacito interesse a preservare lo status quo.

Quella di Bohm non è una voce isolata. In molte parti del mondo, in seno a piccole comunità e forum cittadini, oggi si stanno ad esempio sperimentando processi partecipativi di Democrazia Profonda e Worldwork. Ma per quante possano essere le metodiche del processo partecipativo, ad oggi il senso bohmiano della comunicazione e del dialogo continua a restare alla base di qualsiasi concreta speranza laica di un modo diverso e più sostenibile di vivere insieme.

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