Apertura celestiale, il nuovo tam-tam che gira nella rete

Il nuovo spot pubblicitario di TIM con Fabio Fazio ha generato nel Web il diffondersi di un tam-tam quasi ossessivo: apertura celestiale – apertura celestiale – apertura celestiale… Che cos’è questa “apertura celestiale”? E’ diventato un hashtag, la query del momento nei motori di ricerca, il tema di un florilegio di post nei blog di mezza Italia. Insomma, un successone virale. Ma il fazio-virus non fa bene alla vita…

Ecco qua. Un intero paesaggio mentale tratteggiato con tre perentori giudizi in rapida sequenza:

  • Non potremo mai più avere tante connessioni con il mondo di quante ne avevamo nel nostro primo anno di vita.
  • Quando questa magia finisce, tutti i nostri pensieri viaggiano su binari prestabiliti. Per sempre.
  • Le nuove tecnologie ci aiutano a superare questo limite.

Nell’immagine dei binari sui quali tutti i nostri pensieri prenderebbero a viaggiare quando ha termine la magia dell’apertura celestiale sta implicitamente l’idea della natura transindividuale del pensiero, in quanto legato a una lingua e a una cultura. Questa è una bella e raffinata novità, nel panorama generalmente triviale dei messaggi pubblicitari. Ed è notevole che proprio una delle voci della cultura egemone presenti il legame culturale come un fattore limitante.

Detto questo, dobbiamo davvero credere che si tratti di un limite strutturale insuperabile? C’è quel “Per sempre”, che forse non a caso ora è scomparso nelle ultime versioni dello spot trasmesse alla tivù.

E c’è un secondo punto caldo: il singolare strabismo seduttivo con cui da una parte si fa leva sul potere evocativo del concetto di “connessione con il mondo” e dall’altra lo si destituisce di ogni senso alto.

Ma andiamo con ordine. E cerchiamo di capire qualcosa di più di questa benedetta apertura celestiale. Patricia Kuhl, ricercatrice dell’Università di Washington specializzata nelle basi neurali del linguaggio, è la fonte che deve avere ispirato gli autori dello spot. Ascoltiamola:

Questi dunque sono i fatti. Gli esperimenti eseguiti sulle abilità linguistiche dei bambini tra i nove e i dieci mesi di vita “stanno cambiando i nostri modelli”, ovvero le nostre teorie sui processi di apprendimento, inducendoci a pensare che “da un punto di vista matematico, l’apprendimento di un materiale linguistico possa rallentare quando la distribuzione statistica [dei suoni ascoltati dal bambino mentre la madre gli parla] si stabilizza.”

Se però io chiamo l’espressione di questa abilità cognitiva “connessione con il mondo”, associo gratuitamente a quei fatti l’idea barbara che essere-nel-mondo voglia dire esserci senza connotazioni culturali, senza storia, senza un progetto di vita, in definitiva senza identità alcuna, come tavolette di cera intonsa nelle quali il mondo possa ancora imprimere qualsiasi segno o traccia, e che la connessione consti banalmente in quel cieco imprimersi: “Non potremo mai più avere tante connessioni con il mondo di quante ne avevamo nel nostro primo anno di vita.”

Ora, qual è il pericolo (o lo scopo) di questa confusione semantica architettata ad arte? Appunto che passi per fatto ciò che fatto non è. Che ogni possibilità altra appaia confutata dall’autorità dei saperi dominanti. Che il trucco retorico attinga al suo obiettivo manipolatorio. Che tutto ciò instilli suggestioni infondate e quindi comportamenti infondati, o anche incoerenti con il mondo della vita.

Quando la pubblicità diventa abuso

E’ un re nudo. Il gioco di suggerire un bisogno che solo il prodotto pubblicizzato può soddisfare è fin troppo scoperto. E questa però è la faccia sporca 3.0 di un marketing che di release in release insiste a voler sedurre e basta, senza mai comprendersi e senza mai prendersi le proprie responsabilità.

Ellen Langer - Mindfulness, la mente consapevole

L’inconsapevolezza del pubblico di cui i pubblicitari si fanno gioco qui riguarda sostanzialmente il fatto che la nostra capacità di “connessione con il mondo” dipende da strutture cognitive molto più sottili e articolate di quelle preposte all’elaborazione dei fonemi linguistici e del linguaggio, il quale solo in un secondo momento arriva a mediare culturalmente percezioni ed esperienze.

Più ancora, riguarda la natura unitaria dell’esistente, la possibilità, almeno, dell’interconnessione originaria di tutte le cose, come teorizza ormai da decenni perfino la fisica.

Fatto: “Siamo uditori legati a una cultura [dopo i dieci mesi]. Possiamo distinguere i suoni della nostra stessa lingua, ma non quelli delle lingue straniere (…) Siamo [quindi] governati dalle rappresentazioni mnemoniche che ci siamo formati all’inizio del nostro sviluppo.” Giudizio: “Tutti i nostri pensieri viaggiano su binari prestabiliti. Per sempre.” Tra il fatto e il giudizio c’è di mezzo il non detto: abbiamo o non abbiamo la possibilità di sottrarci al governo delle nostre rappresentazioni mnemoniche?

Questo stesso modo di sfruttare con profitto l’immaginario frammentato delle masse lo si ritrova anche nell’uso che vien fatto del concetto di connessione, termine che custodisce in sé l’idea dell’interdipendenza e che qui è brutalmente ridotto a voler significare il collegamento di elementi separati, il mero imprimersi del contatto e dell’orma di un altro. Al diavolo le delicate idee di partecipazione, di empatia, di consapevolezza, al diavolo l’intuizione delle organizzazioni che apprendono, l’idea filosofica della superiore unità di tutte le cose, il transpersonalismo, il futuro che vuole emergere dalla visione profonda di significati comuni sostenibili, l’ecologia, la solidarietà biografica, la ricerca di senso dell’essere con gli altri e tutto il resto. L’idea è che saremmo monadi: possiamo interagire, collegarci in rete, ma non possiamo mai pensare altro che noi stessi, chiusi dentro al guscio impermeabile del nostro universo culturale.

E tuttavia è interessante osservare che lo spirito che anima il lavoro delle neuroscienze è tutto all’opposto: “Studiando il cervello dei bambini (…) potremo forse riuscire a mantenere una mente aperta all’apprendimento per tutta la vita.” Ed è allora ascoltando queste parole, non quelle di Fazio, che posso sentirmi grato alla scienza e alla tecnologia, perché penso sia questo lo spirito con cui esse possono contribuire all’arricchimento della vita.

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